feb 12, 2012
di Guido Cioni
un bilancio dei primi mesi di lavoro del nuovo ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Francesco Profumo
In questi giorni i giornali si sono scatenati con titoli sulla schizofrenia del nuovo ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Profumo contro Profumo. Partendo da quest’ultima notizia è giunto il momento, passati quattro mesi dalla caduta del governo Berlusconi, di fare un primo bilancio dell’operato della nuova gestione, per comprendere si ci sia stata una discontinuità effettiva per quanto riguarda le politiche in materia di formazione. Probabilmente si capiranno meglio anche le ragioni profonde del caso del Profumo presente contro il Profumo passato.
Il gioco giornalistico in questione è stato facilmente suscitato dal ricorso al TAR eseguito dal ministero di Francesco Profumo contro il Politecnico di Torino; in particolare, contro lo statuto approvato dal Senato accademico quando lo stesso Profumo era ancora rettore dell’ateneo. La revisione della Carta fondamentale dell’università, apertosi a Torino come in ogni altro ateneo italiano con l’approvazione delle legge 240/2010 (la c.d. riforma Gelmini), sta procedendo con declinazioni territoriali molto diverse e dando luogo a contese che hanno come naturale esito il tribunale.
Nel mese di gennaio lo statuto dell’università di Catania è stato bocciato senza appello dal MIUR per gli eccessi di autoritarismo nella governance delineata: un vero e proprio miracolo da parte dal rettore Recca, che è riuscito nella difficile impresa di enfatizzare la riduzione degli spazi di democrazia prevista dalla legge Gelmini, tanto da ritrovarsi in uno stato di illegittimità. Per quanto riguarda il caso del Politecnico, il termine della contesa è di tutt’altro tenore: unico punto sul quale si concentra il ricorso è il comma 5 dell’articolo 12 che definisce le modalità di composizione del Consiglio di amministrazione.
In esso è prevista l’elezione dei membri del Cda a suffragio universale da parte dei docenti e del personale tecnico-amministrativo, mentre da Roma ribadiscono come debbano essere nominati dal rettore.
La questione ha direttamente a che fare con il valore che si dà alla partecipazione di tutte le componenti di un ateneo alla definizione delle scelte politiche e strategiche. Peraltro, il punto assume un carattere dirimente dal momento che la riforma depotenzia il ruolo del Senato accademico, attribuendo maggiori competenze al Cda che avrà potere decisionale persino sull’attivazione e disattivazione dei corsi di studio.
La partita in corso vede contrapposte due concezioni profondamente diverse: da una parte, chi difende lo spirito della riforma che prevede un deciso accentramento del potere nelle mani del rettore; dall’altra, la scelta politicamente coraggiosa del Politecnico tenta di salvaguardare la democraticità degli organi di governo dell’università.
La spiacevole sensazione è che Torino possa costituire un importante banco di prova per imporre certi rapporti di forza nei confronti degli atenei, con buona pace della loro libertà e della loro autonomia sancite dalla costituzione repubblicana. Si vuole dare un segnale forte circa la giusta maniera di interpretare la legge, che non prevede espressamente le elezioni dei membri del Cda ma nemmeno le vieta, così da determinare un cambio di rotta in atenei che hanno fatto la medesima scelta del Politecnico, come per esempio l’università di Pisa.
Rispetto a tutta questa storia, Profumo è stato descritto da molti come prigioniero della burocrazia ministeriale che lo avrebbe portato a prendere la decisione in questione. Non vorrei che, dando corda a questa ipotesi, si ricadesse nell’idea di governo tecnico, al di sopra delle parti perché di unità nazionale e improntato all’efficienza. La scelta adottata è stata squisitamente politica: si è puntato sulla continuità con il governo precedente, disconoscendo il valore centrale della democrazia nella vita di un ateneo.
D’altro canto, l’impianto generale della riforma Gelmini non sarà assolutamente rivisto da Profumo: non c’è da stupirsi se pensiamo che in un’intervista del gennaio 2011 Monti la indicava assieme alla “riforma Marchionne” come i capisaldi positivi di una nuova idea di Paese.
Tanto per chiarirci su cosa ci stiamo confrontando.
Mi voglio soffermare su altri due temi che sono stati al centro del dibattito negli ultimi mesi. In primo luogo, si è tornati a parlare di abolizione del valore legale del titolo di studio, argomento storicamente caro a Confindustria e alle destre. Non è chiaro quanto Profumo fosse convinto di questo provvedimento, che doveva essere inserito nel decreto semplificazioni ma è stato congelato dopo che da più parti si sono alzate voci critiche. Il ministero ha per il momento aperto una consultazione on-line sull’argomento e vedremo come e se tornerà in futuro sulla questione. È però interessante rilevare come le argomentazioni a sostegno della riforma che il governo voleva fare propria insistano su una concezione dell’università che speravamo di esserci lasciati alle spalle.
Si parte da problemi strutturali del mondo accademico ben noti a tutti: i diversi livelli qualitativi di insegnamento tra diversi atenei, la progressiva perdita del “valore reale” del titolo di studio, non più garanzia e credenziale di cruciale importanza al momento di ingresso nel mercato del lavoro. Si consiglia allora di abolire il titolo legale del titolo di studi e di valutare le capacità degli individui solo sull’esito dei concorsi oppure di differenziare il valore delle lauree in base all’università di provenienza.
Nel primo caso, si violenterebbe una reale garanzia di uguaglianza dei partecipanti a un concorso pubblico o di fronte a un’assunzione che contrasta in parte una piaga sociale diffusa nel nostro Paese, ovvero la selva di favoritismi e canali preferenziali.
Nel secondo caso, non si farebbe altro che procedere sulla strada che ha ispirato nel profondo la riforma Gelmini: la liberalizzazione del sistema universitario in ogni suo aspetto, mettendo in concorrenza gli atenei per accaparrarsi le poche risorse loro destinate.
Infine, una delle decisioni del neo-ministro salutate con maggior entusiasmo dalla stampa e dai media è stata quella di riaprire, dopo 13 anni, i concorsi per il reclutamento di nuovi docenti (20.000 secondo le ultime dichiarazioni). È questa uno notizia sicuramente positiva, soprattutto per coloro che da più di un decennio vengono sistematicamente privati di questo diritto. Tuttavia, non sembra che la spinosa questione del reclutamento venga affrontata in maniera strutturale: sono ormai 240.000 i laureati abilitati all’insegnamento impantanati nelle graduatorie ad esaurimento del ministero e a loro si sommeranno i nuovi abilitati con le procedure previste dal DM 249/2010.
La guerra fra poveri sembra inevitabile senza un adeguato finanziamento del mondo della scuola, che metta a disposizione nuove risorse per superare l’impasse attuale.
Veniamo da anni di pesanti penalizzazioni, di tagli orizzontali che hanno peggiorato la varietà dell’offerta formativa e minacciato l’esistenza stessa di molti istituti: una discontinuità su questo punto è senza dubbio la più urgente, ma ancora non sembra essere stata raggiunta.
L’avvento di Profumo, ma più in generale del governo Monti, non ha significato un decisivo cambio di rotta nelle politiche dell’università e della scuola: dopo anni di berlusconismo, contrassegnato dallo svilimento verbale e materiale della cultura e da un progetto di ristrutturazione che è passato dalla legge finanziaria 133 del 2008 e dalla riforma Gelmini, tale svolta è assolutamente necessaria per ripensare i luoghi della formazione e della trasmissione della conoscenza, come universi aperti a tutti al di là delle condizioni economiche di partenza e come asset strategici per lo sviluppo del Paese.
C’è chi ha pensato che con i Professori la musica potesse cambiare: dobbiamo, invece, fare i conti con il fatto che, allo stato attuale delle cose, gli elementi di continuità prevalgono drammaticamente.
