feb 18, 2012
Intervista a Danilo Barbi, responsabile Cgil politiche macroeconomiche
A cura di Giuseppe Martelli
In occasione dell’iniziativa “Il posto fisso: che monotonia!”, organizzata da SPRITz – Giovani a Sinistra, abbiamo intervistato Danilo Barbi (Segreteria nazionale confederale Cgil con delega alle politiche macroeconomiche) sui provvedimenti del Governo Monti e sulle prossime battaglie del sindacato.
1) Come giudica la Cgil l’operato del governo Monti sul piano delle liberalizzazioni? In definitiva, considerata formazione dei cosiddetti tecnici non era più lecito aspettarsi maggiore coraggio, specialmente rispetto alle grandi strutture corporative del nostro Paese e anche rispetto ai poteri forti come banche assicurazioni etc.
In primo luogo va detto che la posizione del sindacato è molto articolata. Sul piano dei provvedimenti contenuti nel provvedimento Cresci Italia esistono degli aspetti positivi che incideranno sulla vita dei cittadini ma che certamente non produrranno i famosi 10 punti di Pil previsti da qualcuno. Sul piano delle liberalizzazioni di altri settori come il Gas o le Ferrovie il problema diventa molto più complesso e a rischiare sono i lavoratori di queste aziende che potrebbero subire sostanziali peggioramenti delle condizioni di lavoro a causa di una concorrenza che non può che avvenire sul piano del costo del lavoro. E’ infatti improbabile per questo genere di aziende competere sul piano degli investimenti a causa del problema delle reti.
Esiste infine il problema delle professioni. Come sindacato noi abbiamo istituito, molti anni fa la Consulta delle Professioni e conosciamo il problema. Come Cgil ci affascina il modello degli ordini presente in Nord Europa; in questi paesi non esistono in fatti gli ordini delle professioni esistono gli ordini delle competenze che hanno il compito di “associare” le professionalità e non le categorie professionali. La differenza è sostanziale ma siamo anche consci che il sistema corporativo degli ordini in Italia è parte di un meccanismo più complesso che riguarda Università, blocchi all’accesso come gli esami di stato o il praticantato. E’ quindi indispensabile intervenire sull’intero sistema.
2) Il Governo Monti è senz’altro un governo di destra. Una destra europea che in Italia non abbiamo conosciuto ma comunque di destra. Tuttavia la Cgil e anche gli altri sindacati hanno la necessità di trattare e su temi scottanti. Come si approccia la Cgil a questa condizione nuova per molti aspetti?
Indubbiamente il Governo Monti rappresenta la destra europea, la destra del rigore di bilancio, dei tagli della spesa pubblica ecc. ecc. Esiste quindi una distanza culturale che il dibattito sull’articolo 18 a vantaggio della flessibilità in uscita rappresenta in maniera plastica.
Nonostante tutto il sindacato non può fare altro che confrontarsi sulla base delle proprie posizioni che sul molte cose sono note da tempo; sui contenuti esistono forti divergenze ma il clima è comunque cambiato. Monti infatti nel rappresentare la Destra europea traccia un segno di discontinuità su questioni importante come la lotta all’evasione fiscale. In questo la destra italiana ha lanciato sempre messaggi opposti a quelli del nuovo esecutivo. In ogni caso il confronto è in atto e vedremo cosa accadrà.
3) Veniamo invece alle cose interne. Il sindacato negli ultimi vent’anni ha stentato nel trovare nuove forme di rappresentanza sindacale per le forme di lavoro precarie e di conseguenza per un intera generazione. Non credi che la Cgil abbia molte responsabilità nonostante l’oggettivo cambiamento del Mondo avvenuto negli ultimi anni?
Certamente il sindacato non ha saputo trovare soluzioni adeguate e deve migliorare su questo aspetto in maniera decisiva. Tuttavia esiste un problema oggettivo molto complesso e l’assenza della politica che ha complicato il tutto. In un film molto interessante dal titolo I want sex si racconta la vicenda sindacale di alcune operaie Ford che producono i copri sedile delle auto. Entrando in sciopero hanno bloccato l’intera produzione mettendosi contro anche gli uomini del sindacato che non potendo lavorare non avevano sostenuto fino in fondo la battaglia delle lavoratrici. Tuttavia il sindacato “fu costretto” a sostenere una battaglia di poche donne trasformandola in un battaglia di tutti. In seguito il ministro del lavoro donna e laburista fece approvare una legge che rendeva uguale il salario tra uomo donna a parità di mansione. Le operaie avevano vinto portandosi dietro anche gli altri lavoratori. Questa storia riassume la natura delle difficoltà del sindacato oggi. Le imprese infatti con la globalizzazione tendono ad essere un centro di sintesi di altri centri di produzione e non internalizzano quello che non è strettamente necessario (non come la Ford che nella stessa fabbrica costruiva auto e tappetini). Questo avviene anche grazie alla progressiva deregulation del mercato del lavoro che atomizza sempre di più i lavoratori e impedisce al sindacato (anche attraverso processi dialettici interni molto forti) di agire in maniera compatta.
La responsabilità del sindacato è tanta ma tutto questo è stato possibile soltanto grazie alla politica che non ha agito per porre rimedio ad un disastro annunciato, in questo senso è stato l’incapacità della politica a governare la complessità a determinare questa situazione. In questo contesto il sindacato ha scontato più di tutti i danni di una cattiva politica.
4) E veniamo quindi alla politica. La Cgil, secolo precedente, ha vissuto un rapporto molto stretto con il maggiore partito della sinistra italiana il Pci. Questo generava senz’altro un maggiore omogeneità di elaborazione e proposta tra sindacato e partito. Oggi le cose sono molto diverse perché diverso è il mondo e anche i rapporti tra Cgil e il più grande partito della sinistra italiana sono molto diversi e sopratutto sono rapporti meno saldi. Per la Cgil questo non rappresenta un problema? In un certo senso, sopratutto in fasi come questa, non vi sentite abbandonati o quanto meno poco assistiti.
In primo luogo qualche precisazione storica. E’ vero che la Cgil nel periodo tra il dopoguerra e la fine della Prima Repubblica, ha vissuto fianco a fianco del Pci. Tuttavia soltanto nei gruppo dirigenti del sindacato c’era una certa egemonia dei comunisti ma la massa degli iscritti rappresentava molte più anime. La storia stessa della Cgil si distacca in alcune fasi storiche importanti dalla storia del Pci: nel ’56 la Cgil condannò l’invasione russa in Ungheria e non aspettò il 64 e la Cecoslovacchia come il partito comunista. E anche il 68 vide un movimento operaio, all’interno del quale il sindacato rappresentava una parte importante, molto più avanzato nella proposta rispetto al partito.
Per cui la collaborazione c’è stata ma la Cgil, in fasi importanti, ha saputo camminare sulle proprio gambe. Grazie a questa capacità oggi sappiamo affrontare anche un rapporto dialettico con il Pd e con la sinistra in generale costruendo percorsi su temi condivisi e confrontandoci con rispetto su quello che non condividiamo.
