Il lavoro è relazione sociale

Il lavoro è relazione sociale

feb 14, 2012

Intervista a Leonardo Croatto, Flc-Cgil

a cura di Dmitrij Palagi

1) In ambiti assembleari si sente parlare spesso di demolizione della scuola pubblica e assalto ai diritti dei lavoratori. Solo occasionalmente si prova a collegare i due ambiti. Manca una visione complessiva alla sinistra?

Dovremmo partire dalla definizione di studio, che per la sinistra non dovrebbe essere un metodo per produrre lavoratori, come invece nel dibattito pubblico si cerca di affermare.

All’intero della scuola si avvia un percorso di maturazione personale da proseguire con il lavoro, che in questo senso non è una pratica utile a fare soldi per la società. Il lavoro non è il Pil; è il Pil ad essere una conseguenza del lavoro.

In questo senso possiamo parlare di un percorso di maturazione che avviene in relazione con la società, se i meccanismi funzionano. Un percorso virtuoso per il quale si parte il primo giorno di elementari e si arriva alla pensione, attraverso uno crescita costante.

L’alienante e ripetitiva catena di montaggio è già fuori da questa concezione. Il lavoro moderno dovrebbe essere un meccanismo di maturazione e arricchimento culturale, che fa crescere l’individuo come persona e aumenta il Pil in maniera incidentale.

Non è una visione da raffinati intellettuali. La Comunità europea e i suoi paesi più avanzati investono molto sul Life long learning (educazione per tutta la vita), in termini teorici e concettuali. Gli stati che hanno intrapreso questo percorso, decidendo un investimento culturale pari a quello sul lavoro, hanno visto un miglioramento sensibile delle condizioni sociali interne. L’esempio classico è quello della Corea del Sud: negli anni ’70 aveva un quarto del Pil italiano e adesso ci ha leggermente superato, senza massacrare il mercato del lavoro ma limitandosi ad investire il doppio di noi (quando non il triplo) sulla ricerca. Hanno elementari e medie migliori delle nostre, in cui i ragazzi passano molto più tempo di quanto non facciano i nostri, passando all’interno dell’ambiente scolastico la maggior parte del loro tempo, anche partecipando alle pulizie delle strutture. Investono tantissimo in ricerca scientifica (circa il 3% del Pil, quando noi arriviamo all‘1,5% barando). Hanno sostanzialmente il triplo dei nostri ricercatori su mille lavoratori a tempo pieno. L’investimento quindi non è sul lavoro in quanto tale (fabbriche più grosse, turni di lavoro più pesanti, …) ma sul contenuto intellettuale del lavoro, perché questo premia la persona e la società.

In Cgil diciamo che il lavoro non è una cosa che vale per sé ma è quella parte della vita che dedichi per dare un contributo alla società. Non è un meccanismo di sopravvivenza o utile ad arricchire qualcuno: si tratta di uno strumento di relazione, di solidarietà sociale.

2) Questo Governo però, non isolato, sostiene che il problema del Paese sono i diritti dei lavoratori e una protezione sociale che impedisce alle imprese di far crescere l’Italia.

Quand’è che un intero settore intellettuale della società afferma che il problema sono le condizioni contrattuali? Quando hai perso di vista completamente il valore sociale del lavoro e trasformi il lavoratore in un ingranaggio di una macchina che produce materiali. Visto in questa ottica tu non lavori per migliorare il prodotto della fabbrica, che resta quello che è, ma devi abbattere il costo della produzione. Al di là di tutte le valutazioni politiche e tecniche, dietro c’è un abbrutimento della lettura del valore umano del lavoro.

Se decidi di impoverire il lavoratore anziché arricchire il lavoro hai fatto una scelta chiara: il lavoratore è un peso e non un investimento, lo distacchi dal suo essere parte di un progetto di avanzamento sociale. Così quello che si arricchisce o impoverisce dal lavoro non è l’intero paese ma singoli soggetti (i padroni) che si impegnano per migliorare il proprio profitto, indipendentemente da qualsiasi altra relazione sociale.

Scollegandoti dall’aspetto culturale del lavoro spacchi in due le funzioni di crescita dell’individuo, modellandolo secondo necessità e immettendolo nel lavoro a ripagare quello che hai speso per metterlo in produzione.

Al momento la visione prevalente è quella di prendere gli abitanti di una nazione e riuscire a dividerli secondo le necessità di produzione, rendendo la scuola una fabbrica di lavoratori.

3) Il fenomeno migratorio dall’Italia verso l’estero non si arresta. Abbiamo un sistema produttivo arretrato rispetto all’istruzione che siamo in grado di dare?

C’è chi è costretto a prendere quello che capita e finisce per trovarsi in una condizione di semi-schiavitù, perché tale è la condizione di chi, per mantenersi, fa qualcosa che non vuole. Per tutti gli altri, nel momento in cui sottrai al lavoro ogni possibilità di realizzazione di un individuo, si apre la prospettiva di cercare la propria maturazione altrove.

Ogni anno in Italia se ne vanno dalle 50 alle 100mila persone, basta guardare l’anagrafe degli italiani residenti all’estero. Non è vero, come si dice, che se ne vanno i cervelli, cioè quelli che ti aspetti vadano a cercare stipendi alti. Anche quelli senza arte né parte provano a cercare un buon lavoro e una buona condizione di vita all’estero. A Bruxelles non ci sono solo dipendenti della Comunità europea ma anche moltissimi camerieri italiani che godono di una maggiore protezione sociale, di un minore costo della vita e una maggiore apertura della società. Non è una questione di stipendi, la busta paga è anzi tra gli ultimi elementi che vengono presi in considerazione. Si tratta di realizzazione. Un ricercatore in Italia rischia di fare il servo di un docente fino a 50 anni, non c’è da stupirsi se cerca alternative a Londra.

Nel nostro Paese rischia di essere uno slogan ma deve essere ripensato l’investimento in cultura e formazione, rompendo la forma mentis cresciuta con gli ultimi Governi (attraverso i Ministri dell’Istruzione). Non si investe nella formazione solo se può essere rapidamente messa in produzione. Ad oggi la logica è abbattere la spesa per l’istruzione e massimizzare la resa del lavoratore che hai prodotto. Si tratta di un meccanismo da modificare radicalmente e complessivamente.

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