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	<title>La Prospettiva</title>
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	<description>uno spazio di confronto per costruire un&#039;altra idea di Paese</description>
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		<title>Contro l&#8217;austerità, blockupy Frankfurt</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 00:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[costituzione e democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Guido Cioni Mentre in diversi paesi si stanno ancora facendo i conti con gli interessanti e controversi risultati elettorali, si avvicina un rilevante appuntamento di livello europeo: i movimenti sociali tedeschi hanno convocato per il 16, 17, 18 e 19 maggio 4 giorni di mobilitazione a Francoforte – sede della Banca centrale europea – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em>di Guido Cioni</em></p>
</blockquote>
<p>Mentre in diversi paesi si stanno ancora facendo i conti con gli interessanti e controversi risultati elettorali, si avvicina un rilevante appuntamento di livello europeo: i movimenti sociali tedeschi hanno convocato per il 16, 17, 18 e 19 maggio 4 giorni di mobilitazione a Francoforte – sede della  Banca centrale europea – contro la gestione della crisi all&#8217;insegna dell&#8217;austerità. <strong>Sono già tantissime le reti di associazioni e movimenti in giro per l&#8217;Europa che hanno confermato la loro partecipazione</strong> e che stanno organizzando carovane di autobus per prendere parte alle molteplici iniziative in programma.</p>
<p>Il mantra, ripetuto sino all&#8217;ossessione dalla BCE, della crisi economica provocata dall&#8217;essere vissuti al di sopra delle proprie possibilità, dei costi sociali da sobbarcare per restituire fiducia ai mercati ha avuto senza dubbio la capacità di interiorizzare nelle popolazioni un senso di colpa da redimere, presentando come inevitabili le pesanti misure che si stanno susseguendo. All&#8217;inizio della crisi il dibattito pubblico e politico, incalzato dalla pressione dei movimenti sviluppatisi in diversi Paesi, era stato costretto a fare i conti con quel “noi la crisi non la paghiamo” che si sollevava dalle piazze; <strong>sul banco degli imputati era salita la deregulation economico-finanziaria degli ultimi 30 anni, ma il ciclone dei debiti sovrani ha fatto riemergere con forza il pensiero unico monetarista dei sacrifici redistribuiti verso il basso</strong>.</p>
<p>Tuttavia, la retorica del “There is no alternative” inizia a mostrare diverse incrinature, che possono diventare vere e proprie brecce. La netta vittoria di Hollande in Francia riapre il discorso, su contenuti non certo rivoluzionari, ma che mettono in discussione la rotta che l&#8217;Europa sta seguendo: <strong>la presa di posizione del neo-eletto all&#8217;Eliseo nei confronti del Fiscal Compact, non ratificabile in questi termini perché non prevede misure per l&#8217;occupazione e la crescita, è un elemento di novità da non sottovalutare</strong> nel dibattito istituzionale. Ne sono prova gli scomposti editoriali usciti in piena campagna elettorale su Economist e Foreign Policy, nei quali Hollande viene definito un uomo pericoloso per la stabilità del progetto europeo.</p>
<p>Allo stesso modo, l&#8217;incoraggiante risultato elettorale di Syriza in Grecia, la coalizione della sinistra radicale che ha triplicato i suoi voti rispetto alla precedente tornata raggiungendo il 16%, consegna un chiaro messaggio: le forze partitiche che hanno tradotto in politiche concrete le direttive della Troika subiscono un crollo vertiginoso di consensi. In particolare, il tonfo impressionante del PASOK, precipitato dal 43% al 13,8%, mostra in che misura lo spettro del default scompaia quando va a cozzare con le disastrose condizioni sociali che patiscono le popolazioni. <strong>Questo dovrebbe servire da monito a tutte le formazioni di sinistra che ambiscono a governare il proprio Paese: non è possibile fornire una credibile e concreta prospettiva alternativa alla gestione della crisi e delle nostre vite senza ripensare gli assiomi del paradigma neo-liberista che ispira la governance europea</strong>.<br />
D&#8217;altro canto, l&#8217;attacco in corso è di estrema violenza non soltanto per il tenore dei provvedimenti adottati dai vari governi – basta pensare alle riforme del mercato del lavoro in Spagna e in Italia – ma anche sul piano della comunicazione: il ricatto di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank, nei confronti degli elettori greci, minacciati di essere privati degli aiuti economici fin&#8217;ora garantiti in caso di vittoria della sinistra radicale, avrebbero dovuto suscitare una pluralità di voci indignate in ogni paese democratico, dinamica purtroppo non avvenuta.</p>
<p>Persino in Italia, dove la figura di Monti è riuscita a neutralizzare in larga parte il malessere sociale e il dissenso esploso sotto l&#8217;ultimo governo Berlusconi, si iniziano a sentire delle voci fuori dal coro, provenienti anche da sedi che non ti aspetti: il 14 maggio, in una giornata particolarmente negativa per le borse di tutto il mondo, <strong>Giuseppe Vegas, presidente della Consob, arriva ad esprimere tutta la sua insofferenza per la “dittatura dello spread”</strong>, che attribuisce a chi detiene il potere economico tutto il potere decisionale, espropriandolo alla cittadinanza e sacrificando aspirazioni e bisogni di quest&#8217;ultima.</p>
<p>In questo scenario, cosa significa Francoforte? Innanzitutto, i contenuti della piattaforma di convocazione possono permettere di fare dei passi avanti sul piano delle analisi e  delle rivendicazioni. Se è vero che emergono sempre più punti di vista diversi ed ostili al rigore esasperato voluto dalla Merkel, <strong>bisogna pur ammettere che evocare in maniera astratta e banalizzante la necessità di varare misure per la crescita non può assolutamente bastare.</strong> Continuare a proporre come unica soluzione la ricerca della crescita economica, con un ottimismo degno dei Growthman degli anni &#8217;60, non considera l&#8217;importanza di una molteplicità di aspetti. Esistono dei punti fermi fondamentali che non possono essere sacrificati a causa del meccanismo dell&#8217;indebitamento o del rigore dell&#8217;austerity: <strong>libero accesso ai saperi, potenziamento dello stato sociale, tutela dei diritti dei lavoratori, reddito minimo, fruibilità diffusa di beni comuni essenziali ed introduzione di elementi di democrazia partecipativa nella loro gestione.</strong></p>
<p>Soprattutto, Francoforte può costituire un&#8217;inaspettata e decisa presa di parola su quello che deve essere compiuto nell&#8217;interesse della collettività. Ritagliarsi uno spazio di decisionalità sul proprio futuro significa inevitabilmente non riconoscere potestà al giudizio di mercati finanziari senza regole e in grado di tenere sotto scacco interi Paesi. <strong>Il progressivo impoverimento materiale delle condizioni di vita delle fasce sociali medio-basse e lo scadimento della qualità della democrazia che questo comporta</strong> denotano delle precise responsabilità che non dobbiamo dimenticare. E&#8217; questo un piano dell&#8217;analisi che non può essere perso e che risulta innervato nelle convinzioni di chi scenderà in piazza a Francoforte, pur nella marcata eterogeneità delle reti di movimenti che parteciperanno.</p>
<p>Alla vigilia di questo appuntamento, sappiamo che non sarà facile coniugare le esigenze e gli obiettivi di tutte le aree politiche e di movimento presenti: i problemi e le “spaccature” interne al movimento che abbiamo conosciuto in molte manifestazioni romane rischiano di essere ingigantite in uno scenario europeo.<strong> Tuttavia, il banco di prova più difficile sarà trovare le risposte più opportune per intaccare disattivare i pericolosi circuiti di sovradeterminazione delle scelte politiche da parte di attori invisibili, ma che portano avanti interessi concreti e visibili, come i mercati.<br />
</strong>Non sarà certo l&#8217;assalto al board della BCE o la frantumazione di una vetrina della Bundesbank a sottrarre potere ed influenza al sistema bancario e a restituire reddito e diritti alle popolazioni europee. C&#8217;è da sperare che il diffuso malessere sociale e l&#8217;insofferenza crescente verso le imposizioni di questa Europa incontri un&#8217;avanzata risposta politica, in grado di mettere pesantemente in discussione i cardini del neo-liberismo, dei mercati finanziari e della governance europea. I risultati elettorali delle ultime settimane ci consegnano un messaggio positivo, ma anche un altro piuttosto inquietante: la sensibile crescita delle destre nazionaliste, xenofobe e razziste. <strong>Senza un adeguato progetto politico a sinistra, di respiro globale e profondamente alternativo, l&#8217;insopportabilità dell&#8217;impoverimento e dell&#8217;emarginazione sociale a cui sono sottoposte fette sempre più ampie di cittadinanza rischia di sfociare nell&#8217;odio</strong> verso lo straniero che ruba il lavoro, nel ripiegamento autarchico, nell&#8217;esaltazione dei “valori della Nazione”, mentre i veri responsabili delle laceranti diseguaglianze sociali restano sostanzialmente indisturbati.<br />
In questo senso le azioni, la pressione e la massa critica che si riuscirà a far pesare a Francoforte possono costituire un importante segnale per l&#8217;individuazione della strada da percorrere.</p>
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
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		<title>Lo spettro di Syriza e l’anello debole dell’Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 23:09:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giuseppe Montalbano I greci riprendono in mano la possibilità di scegliersi un futuro diverso dopo mesi di commissariamento della propria sovranità da parte delle istituzioni finanziarie mondiali e dell’Unione Europea. Lo riprendono nell’unica maniera possibile: diventando l’epicentro di un terremoto politico che segna una nuova pagina nella storia della Grecia e apre una breccia al governo europeo dell’austerity. Sulle macerie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>di Giuseppe Montalbano</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>I greci riprendono in mano la possibilità di scegliersi un futuro diverso dopo mesi di commissariamento della propria sovranità da parte delle istituzioni finanziarie mondiali e dell’Unione Europea</strong>. Lo riprendono nell’unica maniera possibile: diventando l’epicentro di un terremoto politico che segna una nuova pagina nella storia della Grecia e apre una breccia al governo europeo dell’austerity. Sulle macerie dei partiti che hanno consegnato il paese all’arbitrio della finanza mondiale, la coalizione della sinistra radicale, <strong>SYRIZA (Synaspismós Rizospastikís Aristerás), triplica i suoi voti rispetto al 2009 e si impone come secondo partito nazionale con il 16%, con il partito conservatore Nea Dimokratia che si ferma al 18.8% e il crollo dei socialisti del PASOK al 13,6%</strong>. Finisce l’era del dominio bipolare dei due maggiori partiti greci fin dalla caduta del regime dei colonnelli nel ’74 ed emergono le formazioni politiche che attaccano frontalmente il “memorandum” imposto dal Fondo Monetario Internazionale: <strong>i nazionalisti dei Greci Indipendenti (al 10,6%), il DIMAR, la sinistra democratica al 6,1%, il partito comunista del KKE al 8,48% e addirittura, dato le cui implicazioni meriteranno un’ulteriore analisi, i neo-fascisti del Chryssi Avghi, che entrano in Parlamento con il 6,9 %</strong>. “Instabilità” e “timore” sono i due termini che si alternano nelle pagine dei grandi quotidiani internazionali che dipingono lo scenario di una crisi di governabilità interna e di rottura rispetto ai piani di salvataggio contro il default greco. A far paura è lo spettro di una forza di sinistra che ha aggregato i consensi di un popolo stremato dallo smantellamento dello stato sociale, il crollo dei salari e delle pensioni, una disoccupazione che, superato il 21% (oltre un milione di persone), non smette di crescere,  e che adesso è chiamata ad <strong>aggregare le diverse forze politiche alla formazione di un governo di coalizione attorno alla comune richiesta che esce dalle urne, seppure in forme diverse: rispedire al mittente il pacchetto di misure di rigore, tagli e liberalizzazioni che hanno messo e metteranno in ginocchio il paese per decenni</strong>. Un’impresa al limite delle possibilità per Alexis Tsipras, leader di SYRIZA, che <strong>l’8 maggio ha ricevuto dal presidente della repubblica ellenica Carolos Papoulias l’incarico di formare un nuovo governo dopo il fallito tentativo di mettere in piedi un esecutivo di unità nazionale da parte del leader di Nea Dimokratia</strong>. La frammentazione del quadro politico e le sostanziali divergenze interne alle sinistre rispetto alle forme e alla sostanza della rottura dell’accordo sul prestito da parte del precedente governo rendono arduo, e da alcuni già dato senza speranze, il tentativo di SYRIZA. <strong>La volontà di rimettere sul tavolo europeo delle trattative la questione del prestito greco togliendo la carta dell’austerity incontra la ferma opposizione del KKE, che al contrario prevede nel suo programma l’uscita tout court dall’Unione europea e dalla NATO, e in parte della sinistra moderata del DIMAR, che preme invece per una più cauta rinegoziazione del “memoradum”</strong>. In queste ore si susseguono incontri che coinvolgono anche i partiti nazionalisti, settori e figure del PASOK disposti a trattare sulle riscrittura del patto finanziario, ma anche i partiti rimasti fuori dalla soglia di sbarramento e le diverse forze sindacali e sociali, con l’esclusione dei neo-fascisti. <strong>Al terremotato orizzonte politico interno si aggiungono il fiato sul collo e le minacce dei grandi investitori internazionali, delle banche e dei mercati</strong>: “l’effetto Grecia” ha fatto crollare la borsa d’Atene con picchi del -10%, mentre istituti di credito come l’Eurobank Ergasia e l’Alpha Bank perdono sui listini più del 19%. Gli analisti di Citigroup danno al 75% la probabilità di uscita di Atene dall’euro e, non da ultima, la stessa BCE, per voce di Jörg Amussen, membro del consiglio esecutivo, ha parlato per la prima volta del concreto rischio che la Grecia esca dalla moneta unica entro l’anno. <strong>Ma il ricatto della finanza e il rischio del default su cui ND e PASOK hanno costruito la loro impopolare campagna elettorale hanno retto poco di fronte a un disastro sociale che è già in atto per tutto il paese e all’esasperazione di lavoratori, disoccupati, piccoli imprenditori, studenti e pensionati che non sono più disposti a pagare sulla loro pelle un piano di solvibilità del debito che non offre loro alcuna reale prospettiva e al contrario stringe sempre di più il cappio dei grandi creditori europei e internazionali</strong>. Sul piano di salvataggio greco e sul sostegno al modello di lotta all’austerity espresso da SYRIZA il nuovo presidente francese Hollande trova subito il suo “Hic Rhodus, hic salta”. Il prossimo 16 maggio si terrà il primo incontro con il cancelliere Merkel, il cui partito, la CDU, esce ancor più ridimensionata dall’ultima tornata di elezioni in un Land non trascurabile come lo Schleswig-Holstein, avviandosi a un declino di consensi a livello nazionale. Per quella data la Grecia avrà già confermato il nuovo governo in carica o sarà in procinto di una nuova tornata elettorale, necessaria nel momento in cui anche il PASOK, oggi il terzo partito del paese, non riuscisse a trovare l’accordo delle formazioni pro-austerity già naufragato col tentativo di ND. <strong>L’avvio di una fase nei rapporti franco-tedeschi e l’instaurarsi di nuovi rapporti di forza interni alla governance economica e finanziaria europea giocheranno un ruolo chiave nel ridefinire e, nello scenario possibile in cui Hollande mostri da subito lo spessore e la coerenza di un forte mandato datogli dai francesi, riconfermare e anzi rafforzare la prospettiva offerta al popolo greco da SYRIZA</strong>. Se Tsipras non riuscirà in un’impresa che adesso avrebbe dello straordinario, le nuove elezioni di Giugno potrebbero svolgersi in un contesto europeo di rottura o profondo ripensamento del paradigma di austerity targato Bundes Bank e BCE tale da rendere ancor più credibile e praticabile il progetto di una nuova sinistra di governo anti-liberista, “europea” nella vocazione proprio in quanto non asservita ad un’Unione europea che oggi ha il volto e le mani dei diktat della Troika e dell’egemonia neo-conservatrice. <strong>Questo esprime SYRIZA: la scommessa di un’alternativa radicale al neo-liberismo in grado di scompaginare una monolitica e autoritaria governance europea proprio a partire dal paese che oggi è il suo anello più debole. Un anello che minaccia di trascinare con la sua indisponibilità a sottostare ulteriormente al dominio delle banche e dei grandi investitori gli equilibri su cui finora si è retto lo strapotere delle attuali classi dominanti dell’economia e della finanza globale, modellando un’Europa a sua immagine e somiglianza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Il ricatto dell’Europa e il futuro della Grecia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 23:30:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giuseppe Montalbano Sentir parlare di democrazia dal presidente della Commissione europea Barroso fa ultimamente un certo effetto. Tanto più quando la democraticità delle decisioni viene bandierata come vessillo che vorrebbe mascherare un ricatto senza più veli a un paese debitore e “canaglia” come la Grecia. Colpevole di minacciare il “rispetto dei patti” presi con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;">di Giuseppe Montalbano</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sentir parlare di democrazia dal presidente della Commissione europea Barroso fa ultimamente un certo effetto. <strong>Tanto più quando la democraticità delle decisioni viene  bandierata come vessillo che vorrebbe mascherare un ricatto senza più veli a un paese debitore e “canaglia” come la Grecia</strong>. Colpevole di minacciare il “rispetto dei patti” presi con i parlamenti democraticamente eletti dei 16 paesi dell’Eurozona che hanno sottoscritto i termini e le condizioni del piano di salvataggio greco e che adesso sarebbero legittimati a chiudere i rubinetti dei miliardari maxi-prestiti. <strong>Una delle più alte cariche dell’Unione europea fa proprie e rilancia come legittimo atto di auto-difesa i timori e le sinistre previsioni che i maggiori investitori internazionali e gli istituti di credito hanno sollevato a poche ore dall’esito delle urne greche</strong>. Gli analisti di Citigroup hanno dato al 75% la probabilità di uscita di Atene dall’euro e, non da ultima, la stessa BCE, per voce di Jörg Amussen, membro del consiglio esecutivo, ha parlato per la prima volta del concreto rischio che la Grecia esca dalla moneta unica entro l’anno. Mancava solo l’avvertimento ufficiale dell’Unione europea a dare fiato al coro che si sta alzando contro “l’antidemocratica” volontà espressa dalla maggioranza del popolo greco, in forme e scelte diverse, di rispedire al mittente le misure di austerity pagate a caro prezzo sulla propria pelle. <strong>Ma nella democratica Europa del trattato di Lisbona e del fiscal compact alcuni, e i soliti, sono un po’ più uguali degli altri: e con piena legittimità, infatti, un consesso che è espressione tipica della sovranità popolare, come il G20 di Cannes dello scorso novembre 2011, ha intimato al premier socialista greco Papandreu di rimangiarsi subito l’indizione di un referendum popolare con cui sottoporre ai cittadini l’approvazione delle misure del “memorandum” propinate dal Fondo Monetario Internazionale</strong>. Ma il referendum si sa, come ci insegna Sartori, è un’opzione indigesta per i nuovi alfieri della liberal-democrazia. Per questo in Spagna Rajoy ha coraggiosamente resistito alle piazze di disoccupati, precari e studenti negando qualsiasi referendum che potesse mettere in dubbio il fiscal compact. Per questo in Italia lo stravolgimento della costituzione con l’introduzione del pareggio di bilancio è stato sottratto al pubblico dibattito e messo sotto completo silenzio dai responsabili partiti della maggioranza. Per questo i francesi “giacobini” adesso devono preoccuparci per l’assoluta irresponsabilità con cui lo scorso 6 maggio hanno eletto un presidente con il chiaro mandato di rimettere sul tavolo il ricettario neo-conservatore della cancelliera Merkel e del ministro Schaeuble. <strong>Le dichiarazioni di Barroso non possono sorprendere: un’Europa costruita come sistema di governance neo-liberista rispondente agli interessi forti dei grandi investitori privati e istituzionali, alle stantie formule magiche  onetariste della Bundes Bank e alla crescita del PIL tedesco, non può esprimersi in altro modo</strong>. Ai piani di risanamento faticosamente architettati dalla crème della finanza mondiale (che sta dietro lo scoppio della crisi del 2007) e imposti come un vero e proprio nuovo modello di integrazione dell’Unione europea, soltanto una variabile può sfuggire: la più incontrollabile. <strong>Un imprevisto che rischia di far crollare il castello di carte e di spread messo in piedi e che quindi va attaccato e minacciato frontalmente, senza peli sulla lingua</strong>. Questa incognita è la prevedibile, e anzi inevitabile, rabbia di cittadini e cittadine greci, italiani, francesi ed europei che nelle piazze e nelle cabine elettorali stanno già riprendendo parola sulle proprie vite e sul proprio futuro. <strong>Una responsabile irresponsabilità di chi perde il lavoro, il salario, la pensione, i diritti e per questo non si fa più intimidire dai richiami a “sacrifici” che hanno il peso e la violenza di una condanna senza appello</strong>. La Grecia probabilmente dovrà tornare alle urne da qui a un mese e il fiato sul collo della Commissione europea e della BCE si farà più pesante e continuo. Vedremo se i greci saranno davvero disposti a tornare “tra le righe” dopo i richiami di Barroso. <strong>Nel frattempo mettano questi signori il naso fuori Francoforte e Bruxelles: forse sentiranno delle percentuali delle sinistre in Grecia, della perdita di consensi della CDU in Germania, della vittoria di Hollande in Francia… Si accorgeranno allora che il vento sta già cambiando.</strong></p>
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		<title>Allez Hollande: sinistra unita per le elezioni di giugno</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 23:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Termine ricercatore presso l&#8217;Ecole Nationale d&#8217;Administration di Strasburgo &#8220;Ma victoire doit être un nouveau départ pour l&#8217;Europe&#8221;. (&#8220;La mia Vittoria deve rappresentare un nuovo avvio per l’Europa&#8221;). Con queste parole François Hollande ha salutato la vittoria alle elezioni presidenziali, profondamente conscio delle responsabilità che lo attendono, non solo di fronte alla Francia ma di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em>di Vincenzo Termine<br />
ricercatore presso l&#8217;Ecole Nationale d&#8217;Administration di Strasburgo</em></p>
</blockquote>
<p><strong>&#8220;Ma victoire doit être un nouveau départ pour l&#8217;Europe&#8221;. (&#8220;La mia Vittoria deve rappresentare un nuovo avvio per l’Europa&#8221;).</strong></p>
<p>Con queste parole François Hollande ha salutato la vittoria alle elezioni presidenziali, profondamente conscio delle responsabilità che lo attendono, non solo di fronte alla Francia ma di fronte all’Europa intera.<br />
Da quel famoso 6 ottobre 2011, che lo ha visto vincere alle primarie socialiste, quello di Hollande è sembrato un cammino trionfale verso il &#8220;sommet&#8221; della Repubblica Francese. Nonostante irto di difficoltà, con la responsabilità di riportare i Socialisti alla vittoria dopo 24 anni di assenza dai vertici istituzionali,<br />
<strong>l’obiettivo è finalmente raggiunto e il cambiamento può finalmente avere avvio.</strong><br />
Tra i compiti che attendono il neo – Presidente vi è, senza dubbio, la necessità di rassicurare e chiarire i contenuti della propria azione di fronte ai partner internazionali, in primis Germania e Stati Uniti.</p>
<p><strong>La politica estera.</strong><br />
Per la Cancelliera tedesca, che aveva apertamente sostenuto Sarkozy nel corso della campagna elettorale, l’elezione di Hollande è un duro colpo: la sconfitta di Sarkozy rischia di isolare la Germania in Europa; al contempo, Hollande, con la sua aperta opposizione all’austerità quale via di uscita dalla crisi, <strong>ha la</strong><br />
<strong> possibilità di raccogliere intorno a sé tutte le voci di dissenso che finora sono rimaste deboli </strong>a livello comunitario.<br />
Hollande ha già chiarito il suo rifiuto di ratificare il Fiscal Compact a meno che questo non includa un secondo pilastro dedicato alla crescita e all’impiego.<br />
La Germania, al momento, si è dichiarata contraria a una tale possibilità ma ha dimostrato alcuni segni di apertura, dichiarando <strong>la disponibilità a discutere un’agenda per la crescita</strong> in vista del summit europeo di fine giugno.<br />
Da entrambe le sponde del Reno vi è la certezza di poter raggiungere un accordo fondato sull’urgenza e sul pragmatismo.<br />
Tuttavia, inconciliabili, almeno per ora, appaiono le posizioni tedesche e francesi in merito alla <strong>possibilità di introdurre eurobonds per i debiti sovrani degli Stati membri.</strong><br />
Al contrario, via libera, almeno sulla carta, pare esservi per il posizionamento sul mercato di eurobonds finalizzati al finanziamento di progetti di investimento europei, nonché per l’aumento della capacità di fuoco della BEI.</p>
<p>Negli Stati Uniti, la vittoria di Hollande pare destare curiosità e apprensione: sconosciuto ai più, <strong>Hollande non ha previsto nel corso della campagna elettorale alcun deplacement negli Stati Uniti</strong>, a differenza di<br />
quanto fatto da Sarkozy nel 2007.<br />
Tali contrastanti sentimenti verso il neo – eletto Presidente sono<br />
confermati da un recente editoriale apparso su Foreign Policy, in cui<strong> si sottolineano, con una certa preoccupazione, tutti i possibili punti di discontinuità tra Sarkozy e Hollande</strong>.<br />
L’amministrazione americana, infatti, aveva trovato in Sarkozy un alleato sicuro e numerosi erano stati i punti di contatto tra i due paesi: <strong>dal ritorno della Francia in seno alla NATO, all’impegno di ritirare le truppe dall’Afghanistan non prima del</strong> <strong>2013</strong>, passando per la rinnovata leadership francese nella risoluzione del conflitto libico.<br />
Anche gli Stati Uniti sono ufficialmente entrati in campagna elettorale e in seno all’equipe di Obama c’è attesa nello scoprire se Hollande potrà rappresentare un elemento affidabile per gli USA o meno.<br />
Di certo, una prima valutazione sarà offerta dal <strong>prossimo G8 che si terrà prestissimo, il 19 maggio prossimo, a Camp David</strong>; ancora, poco dopo, altro appuntamento chiave sarà il summit della NATO a Chicago il 20 e 21 maggio, in cui Obama potrà apprezzare l’affidabilità degli impegni francesi in seno alla coalizione: <strong>Hollande ha promesso che il ritiro delle truppe francesi dall’Afghanistan sarà anticipato di un anno, a fine 2012</strong>.<br />
È facile prevedere che questo punto sarà oggetto di compromesso tra i due Capi di Stato.<br />
La maggior parte degli analisti considerano che, sulle questioni di fondo, la continuità dovrebbe essere assicurata. Piuttosto, si tratterà di un cambiamento di stile, votato più alla ricerca del consenso che alla messa in discussione degli<br />
acquis atlantisti della gestione Sarkozy.<br />
In Europa, Hollande è visto come l’uomo del consenso e la sua vittoria ha ridato coraggio al binomio Herman Van Rompuy-José Manuel Barroso: il primo, si appresta a convocare un incontro dei capi di Stato e di Governo europei, dedicato alla crescita e all’impiego e previsto entro tre-quattro settimane; il secondo, lascia filtrare alcune <strong>proposte europee relative all’ampliamento del bilancio europeo e all’avvio di grandi</strong> <strong>programmi d’investimenti infrastrutturali di respiro comunitario</strong>.</p>
<p>L’austerità d’ispirazione tedesca, che fin qui ha dominato in Europa, pare cedere il passo a una dinamica nuova, incitata dal grido socialista: <strong>&#8220;l&#8217;austérité, pas une fatalité&#8221;.<br />
</strong><br />
<strong>La politica interna.</strong><br />
Altro elemento di particolare rilevanza per il neo – eletto Presidente consiste nella definizione del nuovo Governo. Secondo indiscrezioni il nuovo governo dovrebbe essere organizzato intorno a <strong>15 “poli” che rifletterebbero i contenuti della campagna elettorale</strong>: Ministeri «du Redressement économique et budgétaire» o «de la Production et de la Réindustrialisation».<br />
La parità dei generi nella divisione dei Ministeri sarà rigorosamente rispettata.<br />
In merito alla funzione di Primo Ministro, tre personalità sono in lizza: Jean-Marc Ayrault, Martine Aubry, e Manuel Valls.<br />
La favorita appare Martine Aubry, la quale gode al contempo di una vasta popolarità presso l’opinione pubblica – un recente sondaggio la dava in testa nelle preferenze dei francesi circa la scelta del reggente di Matignon – e di una solida esperienza ministeriale – <strong>è stata incaricata del Lavoro durante i governi Cresson, Bérégovoy e</strong> <strong>Jospin.</strong> L’unico punto a suo sfavore consiste nelle relazioni, spesso non completamente cordiali, che ha intrattenuto in passato con Hollande.</p>
<p><strong>Jean-Marc Ayrault è, probabilmente, la persona con cui Hollande intrattiene i migliori rapporti personali.</strong><br />
Ayrault, 62 anni e Sindaco di Nantes, è Presidente del gruppo PS all’Assemblea Nazionale dal 1997 e conosce alla perfezione i meccanismi e le logiche parlamentari. Conosciuto come uomo del consenso, tra i suoi punti forti vi è la perfetta conoscenza del tedesco. Tuttavia, al pari di Hollande, manca completamentedi esperienza ministeriale e questo potrebbe ridurre significativamente le sue chances.<br />
<strong>Manuel Valls, 49 anni, spagnolo naturalizzato francese nel 1982, è considerato come la personalità più a destra in campo socialista.</strong> Deputato e sindaco di Évry (Essonne), Valls ha sempre sostenuto l’idea della TVA Sociale (l’IVA Sociale) cara a Sarkozy e la fermezza in tema di sicurezza.<br />
In alternativa alla carica di Primo Ministro, si parla, infatti, di un possibile ruolo di Ministro dell’Interno.<br />
Oltre alla carica di Primo Ministro, altra carica chiave è la poltrona di <strong>Ministro degli Esteri</strong>.<br />
Grande favorito – la nomina pare, in realtà, scontata – è <strong>Laurent Fabius, già ex Primo Ministro dell’epoca Mitterand</strong>.<br />
Sebbene avesse, nel 1997, coniato l’espressione fraise des bois &#8211; fragola di bosco – per Hollande e sebbene abbia sostenuto Aubry in occasione delle Primarie socialiste, Fabius si è guadagnato la fiducia del neo – Presidente dimostrando una lealtà senza pari alla causa socialista.</p>
<p>Al ruolo di Ministro delle Finanze potrebbe, invece, essere nominato un amico stretto di Hollande, Michel Sapin. I due si conoscono da tempo: nel 1977 frequentavano insieme “L’école des officiers d&#8217;Angers” e successivamente l’ENA. Dalla sua ha una buona esperienza ministeriale, essendo già stato Ministro delle Finanze sotto il Governo Bérégovoy e Ministro della Giustizia sotto Rocard.</p>
<p><strong>A latere delle questioni relative alla designazione delle figure di Governo, rimane il tema centrale delle legislative di Giugno</strong>.<br />
Hollande ha apertamente chiesto che l’elettorato francese gli dia una forte<br />
maggioranza all’Assemblea Nazionale al fine di tradurre in atto le promesse elettorali. Il 10 e il 17 giugno i francesi saranno chiamati a una nuova tornata elettorale per eleggere l’Assemblea Nazionale.<br />
I primi sondaggi, effettuati il giorno del II turno delle Presidenziali, danno PS e UMP testa a testa, ma <strong>la sinistra nel suo complesso – PS, Front de Gauche e Europe Ecologie-Les Verts &#8211; uscirebbe vincitrice con un clamoroso</strong><br />
<strong> 45%</strong>.<br />
L’UMP giungerebbe secondo con circa 30 % delle preferenze e il FN terzo, con una percentuale tra il 17 e il 18%. Ciò profila l’ipotesi di un triangolare al secondo turno tra i candidati che andrebbe a detrimento della compagine di destra &#8211; estrema destra, a tutto favore della sinistra.<br />
I tempi, tuttavia, non sono ancora maturi per tali calcoli e tali valutazioni. L’UMP ha dichiarato battaglia in vista delle legislative, sebbene non potrà contare sul suo porta bandiera Sarkozy che ha dichiarato la propria volontà di ritirarsi dalla vita politica.<br />
Nel frattempo, dunque, godiamoci questa vittoria che, come ha dichiarato ieri in serata Lionel Jospin, non è una rivincita ma il compimento di un percorso.<br />
<strong>E una speranza per l’Europa.</strong></p>
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		<title>Contro la logica aziendale nelle Università</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 17:37:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[A cura di Iris Karafillidis intervista a Tiziano Carducci, Studenti di Sinistra 1- A partire dalla metà degli anni novanta le organizzazioni studentesche si sono sempre più incanalate in due distinti filoni, spesso dicotomici, riguardo le pratiche politiche di rappresentanza. Una, tradizionalmente legata al modello dei collettivi ‘storici’, auto-organizzati e, per la maggior parte, autonoma; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A cura di Iris Karafillidis<br />
intervista a Tiziano Carducci, Studenti di Sinistra</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>1- A partire dalla metà degli anni novanta le organizzazioni studentesche si sono sempre più incanalate in due distinti filoni, spesso dicotomici, riguardo le pratiche politiche di rappresentanza. Una, tradizionalmente legata al modello dei collettivi ‘storici’, auto-organizzati e, per la maggior parte, autonoma; l’altra,  formatasi più recentemente, legata alle realtà sindacali nazionali e costituita da una fitta rete di associazioni locali. Alla luce di queste premesse, come si pone la vostra attività all’interno dell’Ateneo?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">Come Studenti di Sinistra ci consideriamo un collettivo di Ateneo, formato da giovani provenienti dalle diverse facoltà dell’Università fiorentina. <strong>Siamo una realtà dinamica, aperta alla partecipazione di ogni studente che voglia portare un contributo di analisi e discussione, che desideri proporre temi o iniziative.</strong><br />
<strong>La nostra attività deve essere inoltre considerata come squisitamente autonoma, siamo infatti un soggetto completamente svincolato da partiti, sindacati o associazioni di vario genere.</strong> Proprio un simile approccio riteniamo che ci possa permettere di affrontare numerose questioni non solamente come mere vertenze sindacali per migliorare le condizioni degli studenti universitari, ma anche da un punto di vista più generale, politico mi verrebbe da dire. <strong>Questa rappresenta anche la principale differenza rispetto ad altre realtà presenti negli Atenei, come l’Unione degli Universitari, che è basato su una logica sindacale. Noi invece non siamo un sindacato, siamo un gruppo politico al di là degli organismi nazionali. Siamo autonomi ed auto-organizzati, anche se più volte in passato ci sono stati vari tentativi di ‘avvicinamenti’ per entrare in reti nazionali</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>2- Ultimamente si è iniziato a ripensare alle varie forme di rappresentanza, tenendo presente che, anche al di fuori dell&#8217;Università, gli organi elettivi stanno attraversando una profonda crisi strutturale. Quale ruolo si deve prefiggere il movimento studentesco nella vostra prospettiva? Quali potrebbero essere le modifiche attuabili per far sì che avvenga  un effettivo miglioramento della società politica?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli anni abbiamo dato corpo a numerose battaglie, contro le varie riforme della didattica e delle strutture universitarie, che si inserivano in quel progetto di destrutturazione dell’università pubblica portato avanti dai vari governi, senza distinzioni cromatiche, che si sono succeduti negli ultimi vent’anni.</strong> Siamo stati costantemente in prima linea per difendere il diritto allo studio, contro l’estensione del numero chiuso, per abbattere ogni limitazione all’accesso alla formazione universitaria e contro il ricorrente tentativo da parte dell’Ateneo di aumentare le tasse studentesche. <strong>La nostra volontà è quella di portare avanti le idee che sono alla base di un agire politico “di sinistra” nella sua interezza, senza dover sottostare a interessi o a posizioni elaborate da altri</strong>.  Tutto questo non viene fatto però in un’ottica di esclusiva rivendicazione di tipo sindacale, in cui si richiedono solo miglioramenti delle “condizioni di vita” degli studenti nel nostro Ateneo, ma sempre in un inquadramento politico generale, con l’intento di allargare il dibattito all’interno dell’Università, per riportare quest’ultima alla sua funzione primaria. <strong>Vogliamo così riuscire a stimolare gli studenti e tutte le altre componenti dell’Università, su temi che noi riteniamo fondamentali, anche attraverso iniziative culturali e di aggregazione, quali assemblee, dibattiti, seminari e convegni, cineforum, attività teatrali, rassegne musicali. Il tutto nella profonda convinzione che l’Università non possa essere solamente un luogo di passaggio, ma si debba trasformare in un caleidoscopio di esperienze e vissuti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>3- Tra le questioni più dibattute riguardo le sovvenzioni statali alla vita universitaria, è entrata con prepotenza quella legata alle varie forme di sostegno al reddito, diretto o indiretto che sia (a partire dall&#8217;alloggio e dalla mobilità). A vostro parere, quali sono le misure economiche necessarie per gli studenti universitari e per i giovani disoccupati o precari (reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, salario minimo)?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In primis vorremmo precisare che quando parliamo di diritto allo studio per noi sarebbe più corretto esprimersi nei termini di un investimento (per il soggetto, per la comunità) e non semplicemente di un finanziamento, oltretutto spesso declinato come onere per le casse statali</strong>. Il principale problema che ci troviamo ad affrontare oggigiorno è il sostanzioso decremento dei fondi stanziati per il sostegno al reddito degli studenti che, passando da 200 a 100 milioni, rischia di produrre una vera e propria implosione del sistema.<strong> L’altro punto critico è rappresentato dalla concorrenza che si sta sviluppando tra i vari Atenei</strong>. Questa determina sempre più spesso che nelle scelte compiute dai vari studenti sulla facoltà da intraprendere una volta conseguito il diploma, non sia determinante l’aspirazione culturale del soggetto, bensì il sostegno garantito alle sue, soventi, magre tasche. Come dicevo prima, il nostro principale obiettivo è proprio quello di combattere questa deriva, rendendo il diritto allo studio quanto più esteso possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>4- La legge 390/1991 prevede l’introduzione, sul modello americano, dello strumento del prestito d&#8217;onore che, pur essendo attivo da tempo, non ha avuto il successo sperato. Sono stati infatti erogati dagli Enti Regionali e dai Collegi universitari solamente 250 “prestiti”, mostrando chiaramente la ritrosia degli universitari ad accedere a quella che si presenta come una politica tesa all&#8217;indebitamento dello studente, più che a garantirne il diritto allo studio. Qual è la vostra posizione nei confronti di questa legge? Come pensate possa essere migliorata?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esiguo numero di prestiti richiesti è probabilmente la miglior dimostrazione possibile del fatto che tale strumento non rappresenta in alcun modo una soluzione adeguata a risolvere le difficoltà di accesso alla formazione universitaria per gli studenti provenienti dai ceti sociali meno abbienti</strong>. Anche sorvolando sull’elevato tasso di interesse richiesto al debitore, questi prestiti sono evidentemente in conflitto con l’idea di università come bene pubblico accessibile e fruibile per tutti. Nel nostro Paese stiamo così giungendo ad un drammatico paradosso: <strong>oltre al mutuo per poter comprar casa, in futuro molti giovani si potrebbero ritrovare anche con un cospicuo debito accumulato per potersi pagare gli studi  universitari</strong>. Con le difficoltà di accesso al mondo del lavoro che tutti noi conosciamo dover anche saldare un debito di 30mila euro non è esattamente la massima aspirazione a 25 anni!</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>5- Una delle maggiori preoccupazioni che affligge i giovani (ma non solo..) alle porte del mercato del lavoro è il cosiddetto ‘stage non retribuito’, grazie al quale le aziende e i privati hanno potuto assumere giovani laureati e laureandi con la promessa di un tirocinio formativo, ma essenzialmente fornendo loro scarse o inesistenti retribuzioni. Quali pensate che siano i cambiamenti attuabili per far sì che quella che era nata come una possibilità di accesso al lavoro non si trasformi nella dannazione della precarietà?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una simile tematica si lega ad uno dei temi caldi dell’attualità politica: il dibattito sull’articolo 18. La vulgata dominante recita come l’abolizione dei diritti per quelli che sono considerati eccessivamente garantiti sia lo strumento per aumentare le tutele di coloro che sono soggetti ad una minore protezione.</strong> È ormai noto e condiviso che la situazione di precarietà è nociva ed infruttuosa; sembrerebbe che la soluzione sia modificare certi diritti con la convinzione che questo ne porti di nuovi ed ulteriori. <strong>Sicuramente eliminando l’articolo 18 non avrebbe più senso continuare a parlare di contratto a tempo indeterminato</strong>. Se questo è condivisibile, il progetto della regione Toscana è una prova dell’incapacità di affrontare questi nuovi problemi: quello che ha fatto non  tenta di risolvere la questione alla radice, ma è il dire “Te ci metti gli spicci ed io il resto, con i soldi pubblici“. Secondo noi è un meccanismo piuttosto perverso perché porta di fatto a stage non realmente formativi, una forma di lavoro mal  retribuita e spesso con la sovvenzione pubblica. Assumo il ragazzo con lo stage, gli do una paga minima, poi il grosso ce lo mette la regione: rimane comunque una retribuzione non accettabile e non si tratta di welfare. Poi le politiche del lavoro, il modello danese, non so nemmeno quanto siano applicabili realmente: sei licenziabile in maniera abbastanza semplice, ma ci sono delle politiche attive per il lavoro. Lo stato si impegna a trovarti un lavoro. Bisogna dire che un modello che si applica a 5 milioni e mezzo di abitanti non so quanto possa essere utile per 60. E soprassiedo sulle cosiddette teorie della “volontà di nullafacenza” degli italiani. <strong>Diciamo che è un sistema molto costoso che richiede investimenti e ammortizzatori sociali che realmente ti consentono in quei mesi in cui sei alla ricerca di lavoro di trovarne uno e vivere in modo dignitoso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>6- Seguendo la linea tracciata dal ministero Gelmini, il “tecnico” Profumo sta proseguendo una riforma del sistema universitario la cui “chiave di volta” è riscontrabile nell&#8217;abolizione del valore legale del titolo di studio, in particolare nei processi di valutazione per i concorsi pubblici, e nella relativa valutazione e differenziazione delle università “meritevoli“. Come ritieni che si debba affrontare il tentativo di legare a logiche di mercato quello che dovrebbe essere un welfare universalistico?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da quando c’è stato il cambio di ministero, i componenti degli organi dell’università di Firenze non hanno celato la loro gioia perché chiaramente, osservando da fuori, il mutamento è innegabile, visto che prima c’era un ministro che non aveva idea di cosa stesse facendo. <strong>La Gelmini pensava che l’università facesse solo didattica e che fossero solo gli istituti di ricerca a fare ricerca, poi le hanno spiegato come funzionavano in realtà le cose ma la situazione non è molto migliorata</strong>. <strong>Divenendo ministro un membro dell’Accademia, ci si aspettava un miglioramento ma piano piano si sta prendendo consapevolezza del fatto che Profumo era uno di quelli che “suggeriva da dietro” alla Gelmini quali politiche portare avanti</strong>. E infatti il suo operato è in perfetta continuità con quello precedente, come del resto hanno ammesso anche gli stessi (“Dove possibile ci muoveremo nel solco del governo precedente”). <strong>Il tentativo di modificare il valore legale del titolo di studio è stato fatto con il decreto liberalizzazioni: questo non ha avuto buon fine dal momento che i membri del governo si son resi conto che la questione è abbastanza complessa</strong>. Questa è una riforma, difatti, che porterebbe inevitabilmente alla formazione di università di serie A e di serie B: sarebbe piuttosto largamente condivisibile il tema del diritto allo studio veramente “perfetto“, che comprenda anche il diritto alla mobilità fra i vari atenei. Ovviamente una discussione del genere non è minimamente presa in considerazione dal governo. <strong>Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio, si verrebbe a configurare molto rapidamente una situazione nella quale università già rinomate diventerebbero più “attrattive, rientrando così nell‘ottica della concorrenza tra atenei.</strong> Una concorrenza che avrà come temi le rette pagate e la didattica. Università che potranno definirsi “attrattive” avranno modo di aumentare le rette a dismisura, mettendo così in atto una selezione basata esclusivamente sulle possibilità economiche. L’Ateneo di Firenze è uno dei pochi rimasti che rispetta il vincolo del 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario per le tasse. Nel 2007, a causa di problemi dettati da calcoli sbagliati fatti in occasione dell’introduzione del metodo ISEE, ci fu uno sforamento notevole (circa al 27-28%). <strong>Assieme all’abolizione del valore legale del titolo di studio, quella del tetto massimo del 20% dell’FFO è un’altra delle proposte portate avanti: insieme danno vita ad un’università che, a causa delle rette esorbitanti, potrà essere frequentata solo da pochi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #008000;"><em>7. In conclusione, come vedi il futuro degli atenei in questo presente post-Gelmini, che comunque porta avanti decreti  come il 436 e il 437 (ndA. Decreti sulle tasse al diritto allo studio)?  Quali sono le proposte di riforma che pensi vadano messe in primo piano nell’ottica di una maggiore democratizzazione dell’Università?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em><strong>Anche nel caso della 437, si prevede l’aumento della percentuale dell’FFO riscuotibile con le tasse. C’è poi il tentativo di modificare il tetto del 90% sugli stipendi: dal 2008 questo è ritenuto intoccabile poiché un abbassamento comporterebbe il blocco del turn-over e perdita di fondi.</strong> Due anni fa l’Università di Firenze ha provato ad aumentare la fascia massima delle tasse di 300 euro: è stato difficile far passare l’idea che si trattava di una misura sbagliata, perché comunque, anche se era vista come una misura di equità dal momento che si trattava di chi è in fascia massima nell’università pubblica l’aumento delle tasse è a prescindere sbagliato. <strong>Lo stesso discorso vale per la tassazione della mensa in base al reddito: ci sono molti altri modi con i quali l’ARDSU potrebbe ottimizzare le spese, affrontando ad esempio l’argomento dell’esternalizzazione delle mense.</strong> Quello che si dovrebbe fare è creare un servizio pubblico accessibile a quanti  più studenti possibile che si serva di mense internalizzate: una maggiore affluenza alla mensa, cosa che non avviene cedendo ad altre aziende il servizio, porterebbe ad una riduzione del costo unitario del pasto, a prescindere dall’ISEE .</p>
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