Cellule staminali da cordone ombelicale

Cellule staminali da cordone ombelicale

feb 16, 2012

La conservazione privata di cellule staminali da cordone ombelicale: realtà o speculazione?

Marco Tanini Adisco Toscana ONLUS – Associazione Donatrici Italiane Sangue Cordone Ombelicale

Dopo la prima esperienza di trapianto con sangue cordonale, realizzato con successo in un paziente affetto da Anemia di Fanconi nel 1988, da donatore familiare compatibile, successive esperienze hanno confermato la fattibilità di questo tipo di procedura terapeutica anche da donatore non completamente compatibile, familiare e non familiare. L’impiego del sangue cordonale quale fonte di cellule staminali emopoietiche ha permesso quindi di rispondere alla crescente domanda trapiantologica, ed ha portato ad effettuare oltre 8000 trapianti in tutto il mondo.

Sulla base di questo sempre più diffuso utilizzo delle cellule staminali cordonali, dagli anni Novanta sono sorte in tutto il mondo numerose Banche dove vengono conservate le unità di sangue cordonale raccolte. E’ stato calcolato che oltre 400.000 unità di SCO (sangue del cordone ombelicale, ndr) siano disponibili a scopo trapiantologico.

Attualmente in Italia sono possibili due tipologie di impiego clinico delle cellule staminali emopoietiche da cordone ombelicale: per trapianto correlato o non correlato. Per trapianto correlato si intende l’uso di cellule staminali di SCO in ambito familiare, ovvero queste cellule vengono utilizzate per effettuare un trapianto in un fratello o sorella del neonato-donatore, affetto da una patologia ematologica potenzialmente curabile con il trapianto di progenitori emopoietici (donazioni dedicate). Per trapianto non correlato si intende l’uso dell’unità di sangue placentare in pazienti non consanguinei.

L’ipotesi di conservare il sangue cordonale del proprio figlio per un ipotetico futuro utilizzo (conservazione autologa), ha trovato, di recente, vastissima eco sui mass media e vari personaggi più o meno pubblici si sono presentati quali testimonial di questa scelta. In Italia attualmente la conservazione autologa non è permessa, qualora la madre desideri conservare il sangue cordonale per il proprio figlio è possibile attivare una procedura che consente tale modalità di conservazione in strutture dislocate all’estero (con una spesa media di 1500 €).

La conservazione autologa ha determinato la presa di posizione da parte di numerose società scientifiche e Comitati Etici, che hanno sottolineato la non eticità del gesto a scapito della donazione, ma soprattutto la mancanza di oggettive evidenze scientifiche legate all’uso autologo di queste cellule. La maggior critica da un punto di vista prettaente etico è data dal fatto che ragionando in quest’ottica si consente di ricorrere a questo mezzo (teoricamente) terapeutico, solo a chi a risorse economiche sufficienti.

La conservazione privata delle cellule staminali contenute nel sangue del cordone ombelicale non rientrando nei LEA (livelli essenziali di assistenza) non può essere ricondotta nell’alveo delle prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale rimborsa ai cittadini. Quindi chi ricorre a tale metodica deve tassativamente farsi cari degli oneri economici. Inoltre è utile sottolineare che nel percorso di raccolta e bancaggio del sangue cordonale raccolto esistono numerose criticità che possono inficiare l’intero processo.

Alla base della decisione di conservare in una banca privata il sangue cordonale del nascituro, vi è spesso da parte dei futuri genitori, l’ipotesi di conservare un’importante risorsa biologica e una terapia salva vita per il proprio figlio. Questa ipotesi è spesso suggerita dalle banche private, che propinano l’ idea che la conservazione autologa garantisca, nell’ipotesi di patologie oncoematologiche, un sicuro successo trapiantologico, confinando alla sola questione dell’eventuale minor rigetto il successo del trapianto.

Non esistono dati univoci circa le reali possibilità che si verifichi la necessità di ricorrere al sangue cordonale di un dato soggetto, le stime sono attorno a 1 su 2700 o addirittura da 1 su 1000 a 1 su 200 000.

È utile ricordare che la normativa (Decreto 18 novembre 2009 “Disposizioni in materia di conservazione di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale per uso autologo – dedicato” G.U. 31/12/2009) prevede che, le banche pubbliche, nel caso di un nascituro che presenti un familiare affetto da patologia per la quale siano esistenti protocolli terapeutici che prevedano l’impiego di cellule staminali cordonali, conservino le unità di sangue cordonale, tenendole ad esclusiva disposizione del soggetto affetto da tale patologia. È interessante osservare che molte banche enfatizzano, sia su cartaceo che in rete, le prospettive future di tale metodica.

Alla base di una visione un po’ troppo ottimistica vi è l’equazione che le cellule staminali saranno la base della medicina rigenerativa del futuro –il sangue del cordone ombelicale contiene cellule staminali– il sangue cordonale sarà quindi la base della medicina rigenerativa. Infatti molte strutture private pongono in risalto l’utilizzo delle cellule staminali per protocolli più o meno sperimentali e futuristici per la cura di sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, Parkinson, lesioni traumatiche del midollo spinale, diabete, infarto miocardi, ecc.; accostando tali protocolli terapeutici, o ipotesi terapeutiche che utilizzano cellule staminali al dato di fatto che il sangue cordonale contiene cellule staminali. A scopo di esempio ricordiamo che in letteratura esistono studi inerenti l’utilizzo di cellule staminali per la “rigenerazione” del tessuto miocardico infartuato, ma tali trials si riferiscono all’utilizzo di cellule staminali da midollo osseo prelevate dal paziente stesso.

A proposito delle modalità del parto è utile ricordare che il prelievo autologo comporta una problematica ulteriore, in quanto a seconda di come avviene la nascita, come per esempio un parto complicato o un cesareo potrebbe divenire necessario per gli operatori non provvedere al prelievo nell’ ottica di garantire la migliore assistenza e le priorità di intervento verso la salute di madre e bambino.

Per quanto riguarda il prelievo di sangue placentare se da una parte restano da chiarire le possibilità di utilizzo e le indicazioni cliniche del sangue cordonale autologo, è comunque fondamentale che tutti gli operatori sanitari coinvolti nel percorso nascita, siano adeguatamente informati sulle reali potenzialità delle CSE cordonali, scientificamente consolidate dai numerosi studi riportati nella letteratura internazionale. Gli operatori stessi dovrebbero, in base alle loro conoscenze, essere in grado di fornire un’informazione corretta, in modo tale che i futuri genitori possano scegliere in maniera consapevole tra le varie opzioni di raccolta e conservazione (allogenica o autologa), sottolineando comunque l’importanza della donazione come gesto di solidarietà.

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